13Nov

Luci e ombre del nuovo regime sulle intercettazioni

di Andrea Camaiora

È stato approvato il nuovo regime in materia di intercettazioni. Finirà la barbarie che contraddistingue il meccanismo mediatico giudiziario, nella sua violentissima e impietosa variante italiana? L’impressione è che il provvedimento, pur volendo rappresentare un passo avanti, lo sia soltanto parzialmente e finirà col rivelarsi una iniziativa inefficace.

Partiamo però dai contenuti.

Il Consiglio dei ministri, come è noto, ha approvato il decreto legislativo che riforma la disciplina delle intercettazioni, che ora dovrà passare all’esame delle commissioni Giustizia e poi tornare in Cdm. Intanto un dubbio: l’iter si completerà prima della fine della legislatura? È da vedere. I punti fondamentali sono quattro: l’introduzione di un nuovo reato nel codice penale: la «diffusione di riprese e registrazioni di comunicazioni compiute in modo fraudolento», punito con la reclusione fino a 4 anni (escluso per giornalisti ed esercizio difesa); non dovrebbero mai più verificarsi trascrizioni di intercettazioni irrilevanti per le indagini; conseguentemente solo «brani essenziali» finiranno nelle ordinanze di custodia cautelare; infine nuove regole per l’utilizzo di virus-spia come il Trojan.

C’è poi l’istituzione di un nuovo reato: la reclusione fino a 4 anni per «chiunque, al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte riservatamente in sua presenza o alle quali comunque partecipa». Non c’è punibilità se la diffusione delle riprese o delle registrazioni è conseguente alla loro utilizzazione in un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca.

Il testo normativo prevede quindi il divieto di trascrizione «anche sommaria» delle «comunicazioni o conversazioni irrilevanti ai fini delle indagini, sia per l’oggetto che per i soggetti coinvolti». Nel verbale delle operazioni va indicato solo data, ora e dispositivo su cui la registrazione è intervenuta.

Importante come, per tutelare la riservatezza, pm e giudici, nelle richieste e nelle ordinanze di misure cautelari, riporteranno «ove necessario» solo i «brani essenziali» delle intercettazioni: una regola, questa, a cui devono ispirarsi anche le «informative di polizia giudiziaria».

È interessante il tentativo di responsabilizzare l’accusa: il pubblico ministero diviene garante della riservatezza della documentazione. A lui spetta la custodia, in un apposito archivio riservato, del materiale irrilevante e inutilizzabile, con facoltà di visione ed ascolto, ma non di copia, da parte dei difensori e del giudice. L’esclusione del diritto di copia riguarda soltanto i verbali di trascrizione delle conversazioni intercettate e si spiega con la necessità di impedirne la diffusione; le registrazioni rimangono invece accessibili e possono essere trasposte su idoneo supporto per agevolare le ovvie esigenze dei difensori.

L’udienza stralcio è occasionale. Sarà il giudice, in camera di consiglio senza l’intervento del pm e dei difensori, a decidere sull’acquisizione delle intercettazioni indicate dalle parti, e potrà ordinare anche lo stralcio delle registrazioni e dei verbali di cui è vietata l’utilizzazione. Quando sarà invece «necessario», la decisione del giudice verrà presa dopo un’udienza a cui pm e avvocati dovranno partecipare.

A livello concreto: uno sfogo come «mi tratti come una sguattera del Guatemala» che l’ex ministra Federica Guidi rivolgeva al compagno Gianluca Gemelli indagato per «traffico di influenze» nell’inchiesta Tempa rossa di Potenza, verrebbe stralciato in quanto non rilevante (se, però considerato non rilevante!). Lo stesso vale per il colloquio privato in cui l’ex premier Matteo Renzi parlava col padre Tiziano dicendo: «non dire bugie, racconta tutta la verità su Romeo», a proposito del caso Consip.

Il testo disciplina anche l’uso del captatore informatico: il ‘virus-spia’ nei dispositivi elettronici portatili (quali smartphone e tablet) è consentito ai fini di intercettazione tra presenti in ambito domiciliare solo se si procede per i delitti di criminalità organizzata o terrorismo. Altrimenti, l’uso del trojan in ‘casa’ è limitato ai casi in cui vi è un’attività criminosa in atto.

Veniamo alle ombre. C’è un evidente squilibrio nel rapporto tra accusa e difesa, visto che si è scelto vietare la verbalizzazione e non l’ascolto delle conversazioni tra avvocato e cliente. Vietare solo la trascrizione significa che le conversazioni saranno comunque ascoltate da polizia giudiziaria e pubblico ministero, ignorando un aspetto tutt’altro che marginale: si tratta di controparti nel procedimento che quindi possono venire a conoscenza delle strategie difensive. Di grandissimo rilievo è poi il nodo relativo alle modalità di selezione del materiale: sarebbe stato auspicabile immaginare un’udienza “ad armi pari” e invece non c’è un contraddittorio pieno davanti al giudice, i tempi sono molto stretti e quindi non viene rispettata la parità delle parti, né tutelato il diritto di difesa. Quindi se da un lato il provvedimento potrebbe non risolvere gli abusi relativi all’indebita pubblicazione di intercettazioni, dall’altro penalizza l’esercizio dei diritti di difesa con complicazioni procedimentali che rendono pressoché impossibile il contraddittorio su quanto intercettato.

Inoltre, il divieto di pubblicazione di intercettazioni è nei fatti un reato-non reato, essendo praticamente impossibile dimostrare che il giornalista abbia pubblicato conversazioni ininfluenti per scopi estranei al diritto di cronaca.

Infine si rinuncia a una seria regolamentazione dei Trojan  nonostante l’avanzamento tecnologico richieda un preciso e lungimirante inquadramento normativo.

Insomma, vedremo cosa accadrà, ma al momento le ombre sembrano sovrastare le luci e questa non è mai una bella cosa.

 

 

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